domenica 13 giugno 2010

I Brownies di Laurel

Come promesso, appena ho avuto un po' di tempo, ho iniziato a provare le ricette del libro Buon Appetito America!
Non avendo così tanto tempo da potermi buttare sull'Apple Pie, ho deciso di seguire il consiglio di un'amica blogger e ho deciso di preparare i Brownies.
Devo dire che il risultato è eccezionale, sono venuti ottimi!
La preparazione è molto semplice, anche se un po' faticosa, soprattutto quando si tratta di rimescolare più volte l'impasto, ma la fatica verrà abbondantemente ricompensata dal gusto di questi fantastici dolcetti.



Riporto la ricetta direttamente dal libro.

Brownies (di Laurel Evans)

Ingredienti:
  • 150g di burro
  • 250g di zucchero
  • 75g di cacao
  • 1/4 di cucchiaino di sale
  • 1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia
  • 2 uova fredde
  • 60g di farina
  • 80 g di pezzetti di noci o noci peacan (facoltativo)
Preparazione:

Scaldate il forno a 180°C e sistemate la griglia nella parte più bassa del forno. Foderate di carta da forno una teglia quadrata di 20cm.

Fondete a bagnomaria il burro, lo zucchero, il cacao e il sale, mescolando di tanto in tanto finchè il composto è liscio e caldo. Togliete dal fuoco il pentolino con il composto e lasciate raffreddare leggermente.

Unite la vaniglia e mescolate con un cucchiaio di legno. Incorporate le uova uno alla volta mescolando vigorosamente dopo ogni aggiunta. Quando il composto è denso e omogeneo, unite la farina e mescolate finchè si amalgama, poi sbattete con forza per 40 volte. Se le usate, unite le noci. Versate il composto nella teglia.

Cuocete finchè inserendo uno stecchino nel dolce ne esce ancora leggermente umido, per circa 20-25 minuti. Fate raffreddare del tutto e tagliate in quadratini.

Tradizionalmente i brownies si mangiano da soli, ma potete provarli anche con la panna montata e le fragole.

domenica 6 giugno 2010

Buon Appetito America!

Come certamente si può intuire dai miei racconti di viaggio tra le altre cose mi piace sempre esplorare la cucina locale. Per me anche questo fa parte del viaggio.
Non sempre è facile farlo, perchè in molti luoghi le cucine straniere stanno prendendo il sopravvento. Per esempio a San Francisco abbiamo faticato a trovare ristoranti che non fossero italiani o cinesi.
Le volte in cui ho visitato gli Stati Uniti ho voluto assaggiare prima di tutto i piatti famosi, quelli che si vedono nei film e nei cartoni animati.
Una delle cose che sono stata più felice di assaggiare sono stati i pancakes, le pile di frittelle che paperino preparava ai suoi nipoti. Ho poi mangiato i veri hamburger, di cui quelli che si trovano nei fast food sono solo una pessima copia, e i donoughts, le ciambelle fritte di Homer Simpson.
Ricordo ancora quando in un negozio di Boston abbiamo chiesto 4 donoughts. La commessa ci ha guardato malissimo, poi abbiamo capito perchè: le altre persone li stavano comprando a dozzine. Abbiamo visto una signora portarsi via tre scatole da una dozzina, Io invece ho faticato a mangiarne due, dopodichè quel giorno ho saltato la cena.
Nel nostro viaggio on the road, cenando spesso in luoghi un po' meno turistici, ho avuto il piacere di assaggiare anche piatti che non conoscevo, per esempio le zuppe che di solito si consumano insieme al pasto principale, quali il clam chowder (zuppa di vongole) e il corn chowder (zuppa di mais).
Mi sono così convinta che la cucina americana è un territorio tutto da scoprire. Certamente meno famosa di altre cucine come la nostra, presenta comunque piatti degni di essere assaggiati.
Io adoro la sperimentazione in cucina e una delle cose che mi piace più fare è provare a riprodurre piatti che assaggio durante i miei viaggi.
Finora mi sono sempre arrangiata cercando ricette su internet, su vari siti e blog, possibilmente provenienti direttamente dagli states. Finalmente però ho trovato un libro dove sono raccolte tutte queste ricette e dove soprattutto viene spiegato dove trovare alcuni ingredienti quasi sconosciuti a noi o come sostituirli. Inoltre vi si trova un'utilissima tabella di conversione tra le misure culinarie americane (cup, spoon, etc.) e il sistema metrico che noi solitamente utilizziamo.
Avevo letto di questo libro su alcuni blog e finalmente ieri l'ho trovato.


Buon appetito America! : una ragazza americana che vive in Italia, Laurel Evans, racconta a noi italiani le principali ricette della cucina americana.
Già solo sfogliandolo ho ritrovato un sacco di piatti che ho assaggiato e che mi piacerebbe rifare. Appena riuscirò mi cimenterò e chissà... magari pubblicherò anche qualche ricetta.

venerdì 21 maggio 2010

The Lost Continent - America Perduta



Tra le mie tante manie c'è quella, prima di partire per un viaggio, di leggere un po' di libri ambientati nel luogo in cui andrò.
Prima di andare negli Stati Uniti, ormai due anni fa, avevo letto "Sulla Strada" di Kerouac, che però purtroppo non ero riuscita ad apprezzare fino in fondo, forse anche a causa di una traduzione un po' antica. Avevo letto anche "San Francisco - Milano", di Federico Rampini che mostrava le differenze tra le due città viste con gli occhi di uno che ha vissuto per lungo tempo in entrambe e "San Francisco Tales" di Armistead Maupin.
Di solito anche dopo il viaggio mi rimane la curiosità di conoscere qualcosa di più e, se li trovo, continuo a comprare libri sull'argomento. Così ho letto "Viaggio con Charley" di Steinbeck, che descrive il suo viaggio in camper in compagnia del suo cane e successivamente "America Perduta" di Bill Bryson.
Ho conosciuto questo scrittore leggendo "In un paese bruciato dal sole: l'Australia", che avevo letto appunto prima di visitare quel bellissimo paese.
Bill Bryson è nato in America nello Iowa. Quando scrive questo libro vive in Inghilterra già da molti anni e decide di intraprendere un viaggio per riscoprire gli Stati Uniti.
Il suo viaggio parte da Des Moines, sua città natale. Mi è piaciuto moltissimo l'incipit, da cui si evince già il modo ironico di scrivere che caratterizza questo autore.
"Sono nato a Des Moines. Capita."

Lungo questo viaggio percorre con la sua auto 22500 km, prima visitando la parte orientale, tornando a Des Moines e ripartendo quindi per la parte occidentale, toccando quasi tutti gli stati. Si sofferma principalmente nelle piccole cittadine, dormendo nei motel e mangiando nei diners, visitando i luoghi che raccontano un po' la recente storia degli USA.
Sono molto accurate le descrizioni dei paesaggi, le distese di campi, le brulle pianure, le montagne, i laghi, le foreste, tutta la varietà che si può incontrare in questo vasto paese.
Ho apprezzato davvero tanto questo libro che mi ha fatto conoscere aspetti più nascosti degli USA. Mi è piaciuto soprattutto perchè il punto di vista dell'autore è un misto tra il suo essere nato americano e il distacco di una persona che ormai da anni vive fuori, perciò riesce a descrivere tutti i difetti degli americani, ma con una certa ironia e in modo sempre educato.
Non nascondo di aver provato un pizzico di emozione quando ho letto si è fermato a dormire a Sonora, nella Gold Country in California, dove ho dormito anch'io.
Riporto un brano che mi è rimasto impresso:


Questa è una cosa che dev'essere detta a favore degli uomini e delle donne che colonizzarono il West. Sicuramente sapevano come battezzare i luoghi. Proprio in questo angolo della cartina scoprivo nomi del tipo: Soda Springs, Massacre Rocks, Steamboat Mountain, Wind River, Flaming Gorge, Calamity Falls - posti i cui nomi promettevano avventura ed eccitamento anche se in realtà in ognuno di essi si trovavano una stazione di servizio DX e una gelateria drive-in.
La maggior parte dei primi colonizzatori americani era stranamente inadatta a scegliere i nomi per i luoghi. Essi sceglievano nomi senza fantasia o semiriciclati - New York, New Hampshire, New Jersey, New England - oppure nomi da servili leccaculo - Virginia, Georgia, Maryland e Jamestown(*) - nel tentativo generalmente pietoso di assicurarsi favori di un monarca o di un potente aristocratico nella madrepatria. Opuure accettavano semplicemente i nomi che gli indiani dicevano loro, senza sapere che Squashan Insect significava 'Terra dei Laghi Scintillanti' oppure 'Posto dove si fermò a pisciare il grande Capo Thundelclap'.
Gli spagnoli erano ancora più negati, perchè diedero tutti nomi religiosi cosicchè ogni località nel sud-ovest è chiamata 'San questo' o 'Santa quell'altra'. Guidare attraverso il sud-ovest è come andare in una processione lunga 1300 chilometri.

(*) Cascate di Soda, Rocce del Massacro, Montagna della Nave a Vapore, Fiume Vento, Gola infiammata, Cascate della Calamità

domenica 18 aprile 2010

Profumo di pane

Non c'è niente che mi faccia sentire a casa come il profumo del pane appena sfornato.
Da qualche anno ho riscoperto la passione di fare il pane.
In realtà io non faccio il pane solo per mangiarlo, ma proprio per il piacere di farlo.
Molte persone si stupiscono, pensano che sia una cosa difficile da fare, mente invece è una cosa semplicissima, richiede solo un po' di pazienza. La cosa buffa è che io non sono per nulla paziente, ma ho scoperto che impastare è un'attività estremamente rilassante ... diciamo che per me la panificazione equivale a una sorta di meditazione zen.

Questa mia passione ha avuto inizio tantissimi anni fa. Quando ero piccola passavo molto tempo, soprattutto in estate, a casa di mia nonna, in campagna. Lì il mio bisnonno fece costruire un forno, una specie di casetta, in cui tutti gli abitanti della borgata potevano cuocere il loro pane.
Quando potevo andare da mia nonna al venerdì per me era sempre una festa. Sì perchè mia nonna e le mie prozie ogni venerdì preparavano il pane per tutta la settimana.
Si alzavano molto presto per accendere il forno con la legna. Mentre il forno si scaldava preparavano l'impasto, impastando chili di farina. Quando era pronto lo lasciavano riposare sulla madia, coperto da una spessa coperta di lana. Mi dicevano "non toccare, adesso il pane dorme".
Appena finita la lievitazione iniziava la preparazione delle micche. Preparavano rapidamente tantissime micche, tutte uguali. A me davano un pezzettino di pasta affinchè potessi preparare i panini che volevo. Io così mi sbizzarrivo a inventare forme, ad arrotolare o intrecciare la pasta.

Da quando ho la mia casa e il mio forno ho ricominciato a fare esperimenti di panificazione.
Cercando ricette su internet ho sentito più volte citare le sorelle Simili. Due simpatiche gemelle bolognesi che insegnano l'arte di fare il pane in casa.
Incuriosita quando ho trovato il loro libro, "Pane e roba dolce" l'ho comprato



e per la prima volta sono riuscita a fare una focaccia quasi degna di quelle che si trovano nelle panetterie liguri.
Tempo dopo ho scoperto casualmente che le sorelle Simili avrebbero fatto un corso proprio in una scuola di cucina della mia città. Così non ho esitato un attimo e insieme ad un'amica appassionata come me mi sono iscritta.
Purtroppo il corso è stato solo visivo e non abbiamo avuto modo di impastare, ma è stato ugualmente utilissimo. Le sorelle sono davvero simpatiche, ci hanno insegnato un sacco di trucchi.
Grazie a loro, vedendo i loro movimenti, ho imparato, tra le altre cose, a fare bene il pane pugliese e i grissini stirati torinesi.
In quell'occasione ci hanno anche regalato un pezzo di pasta madre, che però dopo una serie di rinfreschi e un tentativo malriuscito di grissini, il cui gusto secondo me era un po' troppo acido, è finito, con grande dispiacere, nella rumenta.
Spero davvero di poter assistere a qualche altro loro corso, anche se ho sentito dire che forse si ritireranno. In ogni caso continuerò a fare i miei esperimenti.

venerdì 2 aprile 2010

Cosa fate al merendino?



"Cosa fate al Merendino?", ho chiesto un giorno ai miei compagni di università. Loro mi hanno guardata stupiti e mi hanno chiesto "il Merendino?" e io "Sì il giorno dopo Pasqua" "Ah! Pasquetta" e sono scoppiati a ridere.
Solo quel giorno, dopo più di vent'anni di permanenza su questo pianeta, ho scoperto che Merendino non è un termine universalmente noto, ma lo usiamo noi nati e cresciuti nel nostro piccolo angolo di Liguria. Il giorno di Pasquetta infatti si è soliti andare in un qualche posto all'aria aperta a fare un pic-nic, altrimenti detto Merendino.
Negli ultimi anni ho un po' abbandonato l'usanza del pic-nic, ma il giorno del merendino, quando il meteo lo permette, resta sempre una buona occasione per fare una gita fuori porta.
L'anno scorso io e mio marito abbiamo deciso di tornare alle Cinque Terre e di arrivarci ripercorrendo un sentiero che abbiamo scoperto casualmente alcuni anni fa, un giorno in cui, non trovando parcheggio, abbiamo lasciato la macchina sul bordo della strada e siamo scesi a piedi, ritrovandoci in un posto splendido.
Dopo anni, con l'aiuto di internet, sono riuscita a ritrovare il sentiero n°8 , che parte dal santuario Madonna di Reggio che si trova sulle alture di Vernazza.
Arriviamo al mattino molto presto. Il cielo è sereno e l'aria un po' frizzante inizia pian piano a diventare più tiepida. Il sentiero tra gli ulivi è splendido, proprio come ricordavo e scendendo si inizia a scorgere il mare, le fasce coltivate, il piccolo gruppo di case che costituiscono la città di Vernazza. Questa è sempre stata la mia "Cinque Terra" preferita. Non c'è un vero motivo, ma mi piacciono i suoi colori e l'atmosfera che si respira.
Quando arriviamo facciamo un giro per le strette vie di Vernazza. E' ancora presto e c'è ancora poca gente. E' tutto così tranquillo.
I sentieri delle Cinque Terre regalano panorami spettacolari. Molte persone conoscono solo quello denominato "Via dell'amore", che costeggia il mare su un percorso che collega Riomaggiore e Manarola. Probabilmente è anche il più semplice da percorrere.
Noi però ci siamo già stati l'altra volta e abbiamo voglia di andare a Monterosso, che invece non avevamo visitato, perciò scegliamo di percorrere il sentiero n°2, che collega appunto Vernazza a Monterosso. Per percorrerlo occorre pagare una sorta di pedaggio, dato che ci troviamo nel Parco Nazionale delle Cinque Terre. Non è sempre aperto, infatti è molto impervio e può capitare di trovarlo chiuso per avverse condizioni climatiche. Oggi per fortuna è aperto e pieni di buona volontà iniziamo a percorrerlo. Ci accorgiamo già da subito che è faticosissimo. Si inizia a salire, in mezzo ai boschi, costeggiando però il mare. Il sentiero è molto stretto.
La fatica viene però pienamente ricompensata da un panorama mozzafiato.
Incontriamo ulivi, limoni, viti e rotaie su cui scorrono dei carrelli che aiutano gli agricoltori nei trasporti sulle ripide terrazze.
Finalmente si inizia a scendere e dopo ancora un bel po' di strada arriviamo a Monterosso.
Monterosso mi piace molto meno di Vernazza. Mi sembra molto più turistica, meno raccolta, ma forse la mia è solo un'impressione.
Dopo aver fatto un giro per il paese ci sediamo sulla spiaggia e mangiamo la focaccia che abbiamo comprato a Vernazza. Al sole si sta davvero bene, rimaniamo per un po' seduti sulle pietre a guardare il mare.
Torniamo a Vernazza nuovamente lungo il sentiero. Vernazza purtroppo non è più com'era al mattino, si è riempita di turisti. E' già abbastanza tardi perciò dobbiamo andare via. Ripercorriamo il sentiero n°8, stavolta però in salita.

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